Parla lo psichiatra Roberto Ravera che ha indirizzato le ricerche del minore ritrovato: «È un bambino resiliente. Ha una bella famiglia, una rete affettiva forte»

Lo psicologo e psicoterapeuta, primario della struttura complessa di Psicologia presso la ASL1 Imperiese e presidente di FHM Italia onlus che ha collaborato indirizzando le ricerche del bimbo di 5 anni disperso da venerdì e ritrovato questa mattina alle 9:00 proprio grazie alle indicazioni del medico: «Quando ha ritrovato i suoi genitori, è stato come se quella parentesi si fosse chiusa»

Roberto Ravera è anche docente a contratto in Etnopsicologia clinica presso l’Istituto Universitario Salesiano Torino Rebaudengo (IUSTO) e l’Università di Assam (India) oltre che all’Università di Genova, nel corso di laurea in Infermieristica, dove insegna infermieristica clinica nella cronicità e nella disabilità fisica e psichica.
Intervista di
Monica Di Carlo
Dottor Ravera, vorrei che spiegasse ai lettori il ruo ruolo nelle ricerce del bimbo disperso a Latte e l’importanza di seguire le tracce della scienza per ritrovare persone scomparse
«Sono stato chiamato per capire se ci fossero degli elementi che ai soccorritori potevano sfuggire, non per mancanza di competenza – si tratta di persone meravigliose con un forte senso di abnegazione – ma perché certe dinamiche richiedono conoscenze specifiche. Così ieri sera ho fatto un lungo colloquio con i genitori per comprendere meglio la condizione del bambino. Ho studiato e analizzato la sua vita quotidiana per capire fino a che punto la sua condizione autistica potesse influire sulla scomparsa. Un aspetto che ho subito evidenziato è l’iperacusia: i bambini autistici reagiscono molto male ai rumori forti. Elicotteri, altoparlanti, grida: tutti strumenti che, invece di attrarlo, potevano spaventarlo e spingerlo a nascondersi ancora di più. Un altro punto fondamentale era immaginare dove potesse essere: era molto più probabile che, come poi è accaduto, si fosse infilato in un piccolo spazio, un anfratto. I bambini autistici cercano ciò che chiamano spazio sicuro.»
Quindi non sarebbe andato a cercare aiuto, ma si sarebbe nascosto?
«Esatto. L’idea di cercare rifugio piuttosto che aiuto è coerente con la sua condizione. Per loro, la realtà è quasi come un mondo parallelo, una realtà virtuale. Ecco perché non deve sorprendere che il bimbo abbia camminato così a lungo. I bambini autistici hanno abilità diverse, ma presenti. il piccolo ha percorso sentieri impervi, con buona coordinazione»
Ha continuato a camminare, passo dopo passo, senza rendersi conto della distanza percorsa?
«Sì. E quando si è trovato solo, ha saputo proteggersi e sopravvivere. Questo dimostra quanto possano essere autonomi, in modo diverso. È un messaggio importante per tutte le famiglie: non parliamo di bambini invalidi, ma di bambini con abilità differenti. L’ho visto oggi, qui in ospedale.»
Come sta ora?
«Ha una straordinaria capacità di reazione. È un bambino sveglio»
Quanto influirà questa esperienza su di lui nel tempo?
«È difficile fare previsioni, ma ho una sensazione positiva. È un bambino resiliente, e soprattutto ha una bella famiglia, una rete affettiva forte. Quando ha ritrovato i suoi genitori, è stato come se quella parentesi si fosse chiusa. È stato un momento prezioso. Vorrei che queste parole servissero a portare consapevolezza alle famiglie che vivono situazioni simili. Quello che è accaduto può diventare parte del patrimonio collettivo della nostra società.»
Per sua esperienza, lo “stigma del diverso” è ancora forte o la società sta finalmente cambiando?
«Rispetto a vent’anni fa, le cose sono cambiate radicalmente. C’è maggiore sensibilità, anche nei media. Oggi si parla di autismo persino nei film, talvolta con tratti eroici. Ma bisogna evitare gli estremi: né stigmatizzare, né mitizzare. Serve equilibrio. Dobbiamo guardare alla realtà quotidiana delle famiglie. Nelle strutture sanitarie c’è sempre più spazio per la cura e la riabilitazione dei bambini autistici, anche nei casi meno gravi, che magari emergono più tardi.»
C’è speranza anche per chi riceve la diagnosi quando ormai non è più un bambino?
«Assolutamente sì. La diagnosi precoce è fondamentale, ma anche quando arriva tardi si può fare molto. Parliamo di abilitazione, non di riabilitazione: sviluppare competenze logopediche, psicomotorie, sociali. In alcune realtà, si accompagnano i ragazzi persino sull’autobus per insegnare la gestione dell’autonomia quotidiana.»
Lei è molto impegnato anche nel sociale, vero?
«Sì, da vent’anni lavoro in Africa, soprattutto in Sierra Leone, una delle realtà più povere del mondo. Lì non c’è rete sanitaria e ho dovuto costruire tutto da zero. I bambini autistici venivano abbandonati nella giungla. Con FHM Italia Onlus ci occupiamo della salute mentale di bambini e adolescenti in una terra devastata da guerre ed Ebola. Il nostro progetto porta modelli clinici, riabilitativi ed educativi sostenibili. Collaboriamo con personale locale da noi formato, per creare strutture in grado di funzionare autonomamente. E, da anni, portiamo avanti ricerche sul trauma emotivo con l’Università di Parma».
In copertina: una foto del dottor Ravera con uno dei bimbi assistiti in Sierra Leone
Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali



Devi effettuare l'accesso per postare un commento.